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Da “LA VALCAVASIA Ricerca storico ambientale” Comunità Montana del Grappa 1983
Insediamenti, castelli, signorie, borghi, comuni di Gina Fasoli pag. 299-302
Nella loro rapida avanzata dal Friuli a Treviso, Vicenza, Verona, Milano, i Longobardi non avevano occupato Oderzo e Padova, che erano rimaste in mano ai bizantini, i quali avrebbero potuto facilmente risalire verso nord e tagliare le comunicazioni tra Friuli e ducati di Vicenza, Verona, Milano; tanto più facilmente se i Franchi loro alleati, saldamente insediati nel Norico, fossero contemporaneamente scesi per le valli del Brenta e del Piave. Per prevenire il nemico, i Longobardi apprestarono tutta una serie di insediamenti e di posti di vedetta sui colli che a breve distanza dalle Prealpi propriamente dette vanno dal Piave all’Astico, nel Vicentino: erano insediamenti situati in posizioni tali da poter controllare una vasta estensione della pianura e tali anche da consentire la trasmissione di segnali dall’uno all’altro per mezzo di fuochi o di fumate: possiamo agevolmente identificarli sulla base dei toponimi e delle dedicazioni tipiche delle chiese e delle cappelle che ancor oggi vi si trovano. Il toponimo più significativo, inequivocabile, è Farra, termine che indicava reoarti di guerrieri longobardi, qualificati con il vocabolo arimanni, che a sua volta a dato origine a toponimi chiaramente riconoscibili. Quanto alle dedicazioni tipiche, dobbiamo ricordare che al tempo dell’invasione i Longobardi erano in parte pagani, in parte cristiani, ma di confessione ariana, e che in seguito, nel corso del VII secolo, accettarono il cristianesimo ad opera di missionari inviati dai vescovi delle città soggette al loro dominio o addirittura dalla S. Sede. Le due fasi religiose sono contrassegnate dalla dedicazione delle chiese che essi avevano fondato nei luoghi dove si erano insediati appena arrivati, o dopo la conversione: S. Giovanni Battista, S. Donato, S. Bartolomeo [ come nel colmello di Vardanega. n.d.r.] , S. Zeno, S. Eufemia, S. Agata, S. Michele, S. Giorgio, S. Martino, S. Nicolò, S. Eusebio, sono tutte dedicazioni che possono essere assunte come segno della presenza di gruppi longobardi. Spiegare le ragioni di questa connessione sarebbe un discorso molto interessante, ma che ci porterebbe lontano (¹). Basterà dire che dedicazioni di questo tipo si riscontrano puntualmente in tutto il Pedemonte, compresa la Valcavasia, spesso in coincidenza con i toponimi e sempre in posizione di interesse strategico (²). La prima località da cui prende l’avvio l’identificazione degli insediamenti longobardi nel pedemonte è Farra di Soligo, sulla sinistra del Piave, sulla destra del Piave,pressappoco alla stessa latitudine si trova Cornuda, con la sua Rocca ben visibileda lontano e l’antica pieve dedicata a S. Martino; poco lontano, la Madonna della Rocca, ottimo punto di vedetta anch’essa e a cinque chilometri in linea d’aria c’è Monfumo con la sua chiesa dedicata a S. Nicolò e il suo toponimo alludente alla possibilità di segnalazioni, facilmente captabili da Castelli e Castelciés, con la sua chiesa con la sua chiesa dedicata a S. Martino – e l’edificio ha tuttora l’aria di essere una costruzione del VII-VIII secolo – da Castelcucco, con le sue cappelle dedicate a S. Giorgio e a S. Bartolomeo, costruzione anche questa che nel suo impianto originale sembra altrettanto antica di S. Martino di Castelciés, ed infine dalla rocca di Asolo, che era ancora una città importante, sede vescovile, ma nella quale i Longobardi introdussero il termine braida per indicare l’area suburbana. A cinque chilometri circa, in linea d’aria, da Asolo si scorge il colle di S. Zenone, altro bel posto di vedetta, ma in basso si trovano le località tuttora indicate col nome di Farra e di S. Martino ed a circa quattro chilometri in linea d’aria da San Zenone si leva il colle di Romano, che non è molto alto – come notò a suo tempo Dante – ma dal quale si scorgono molto bene Asolo, San Zenone e i punti di vedetta più ad occidente e tutta la pianura. Ma il nome di Romano – qui come in altre località dell’Italia padana – rivela l’esistenza di una arimannia, cioè di un gruppo di arimanni, come ci conferma la presenza di una masaricia ad Longobardi, un’azienda che nel 1085, quando la troviamo documentata, conserva ancora la sua identità (³). ……………………..
Questa collana di posti di vedetta e di dedicazioni tipiche, che continua al di là del Brenta fino a Farra Vicentino e oltre, rivela un piano ordinato e coordinato che alla distanza di quattro o cinque chilometri in linea d’aria collegava farre e arimannie, anche se nell’organizzare questi limes bifronte i Longobardi riattarono delle postazioni che forse erano già state presidiate dai romani quando non erano ancora padroni della zona alpina, e magari ancora prima dai Paleoveneti. La Valcavasia e in genere gli altri nuclei abitati del Pedemonte non erano posti di vedetta panoramica come i colli che la chiudevano a sud, ma diventarono zona di infiltrazione longobarda quale base logistica dei guerrieri longobardi, delle loro famiglie, dei loro cavalli: non dimentichiamo che essi erano dei combattenti a cavallo, come gli Unni che erano arrivati prima e come gli Ungari che arrivarono dopo.
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Rientra nel discorso della penetrazione longobarda in Valcavasia anche il toponimo Vardanega, sebbene sia attestato soltanto nel 1350…….
(¹) Cfr. sul problema G. Bognetti, I « loca sanctorum » e « la storia della chiesa nel regno dei longobardi », in « Rivista di storia della chiesa in Italia » VI (1952), pp. 305-345, ora ristampato in G. Bognetti, L’età longobarda, vol. III, Milano 1974, pp. 303-346. (²) Cfr. G. Fasoli, Insediamenti longobardi, pp. 303-315. Ead Stanziamenti longobardi, pp. 49-58. (³) Verci, Ecelini, III, doc. VII a p. 12 penultima riga.
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